I LUOGHI DEL DAVID: dalle dimore dei Medici al Museo Nazionale del Bargello

In occasione dei David di Donatello 2020

   Chissà se Walt Disney, tra i vincitori del ‘Premio David di Donatello’ alla sua prima edizione, avrà mai visto l’opera dal vero. Era il 1956 e la statuetta che Bulgari, lo storico marchio di alta gioielleria, fuse in oro massiccio per questo premio cinematografico doveva evocare quella dei Premi Oscar di Hollywood. Ma soprattutto voleva rappresentare un simbolo della bellezza rinascimentale, di quell’arte dal fascino immenso che poteva infondere nuova linfa vitale all’Italia dopo la parentesi cupa della guerra.
Perché proprio lui? Espressione di vittoria forse più dell’altrettanto celebre David di Michelangelo, che ancora deve compiere la sua impresa, quello di Donatello certamente si prestava bene, come molti bronzi, a una riduzione in piccolo e perfino più preziosa, data la scelta di fonderla in oro, almeno per i primi anni.

Opera simbolo del Rinascimento fiorentino, il David in bronzo di Donatello è uno dei capolavori più ammirati dal pubblico del Museo Nazionale del Bargello e dal mondo intero. Le mura di questo antico palazzo sono la sua dimora da oltre 150 anni e, in particolare, il Salone di Donatello è lo spazio meraviglioso in cui vive dal 1887, anno in cui una grande mostra celebrò l’artista a 500 anni dalla nascita.

   A volerla era stato Cosimo il Vecchio de’ Medici, primo esponente di spicco del casato e uomo di tale prestigio sul fronte politico e culturale da meritare, come i grandi dell’antica Roma, il titolo onorifico di pater patriae. I documenti tacciono sulla data di esecuzione del David e tengono aperte ipotesi diverse: non sappiamo infatti se l’intento di Cosimo era di porlo nel più antico palazzetto di famiglia, la cosiddetta “Casa vecchia”, o in quello più grande e rappresentativo che, sempre nella stessa strada (al tempo chiamata via Larga), venne costruito su progetto di Michelozzo e terminato nel 1457. La prima testimonianza oggi nota descrive il David di Donatello al centro del cortile di Palazzo Medici in occasione delle nozze di Lorenzo il Magnifico con Clarice Orsini, il 4 giugno 1469: la statua posava su una colonna di marmi policromi, scolpita da Desiderio da Settignano, e mostrava in sé tutta la raffinatezza culturale medicea.

Dopo la cacciata dei Medici da Firenze, nel 1494, saccheggiato il loro palazzo delle tante opere d’arte, la scultura venne collocata al centro del cortile del Palazzo della Signoria, a esprimere in forma spettacolare il significato simbolico del giovane pastore biblico, cioè la liberazione dal tiranno. Nel 1555 il David venne però rimosso per lasciare il posto a una moderna fontana in porfido di mano di Francesco del Tadda, sormontata dal Putto del Verrocchio. Il bronzo donatelliano ebbe da quel momento sistemazioni meno prestigiose, spostato a più riprese in una nicchia dello stesso cortile e poi in altri spazi aperti del palazzo: di lì a breve, vederlo sarebbe divenuto un privilegio di pochi. Sappiamo infatti che nella prima metà del Seicento l’opera si trovava a Palazzo Pitti, ormai da anni trasformato in reggia granducale grazie ai vari ampliamenti medicei. La nuova collocazione fu sicuramente di rilievo, ma certamente sorprendente: affiancato da due sculture in marmo, il David di Donatello sormontò infatti per diversi anni il camino di uno degli ambienti più grandi del palazzo, il cosiddetto Salone de’Forestieri, oggi noto come Sala Bianca. Divenuto dunque un elemento di arredo, pur principesco che fosse, il David perse definitivamente il suo significato simbolico di eroico trionfo sulla tirannide. L’esposizione al pubblico si fece attendere a lungo, ma finalmente con il grande riallestimento della Galleria degli Uffizi voluto dal granduca Pietro Leopoldo di Lorena, nel 1777 il David trovò posto nella Sala dei bronzi moderni.

   Meno di un secolo più tardi la scultura lasciava gli Uffizi per un nuovo museo, il primo museo nazionale del Regno d’Italia, inaugurato nel 1865 all’interno dell’antico Palazzo del Podestà, ovvero al Bargello. Da quel momento si avviava la sua ascesa alla fama mondiale, non capolavoro tra tanti, ma icona di una delle maggiori collezioni di scultura al mondo.
Testo a cura di
Ilaria Ciseri Storico dell’arte del Museo Nazionale del Bargello